Presentato in concorso alla 82ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia, No Other Choice di Park Chan-Wook, già regista di capolavori come Oldboy e Handmaiden, conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, la potenza del cinema coreano contemporaneo.
Una potenza che è soprattutto capacità di raccontare storie significative, spaziando fra i più disparati generi, contaminandoli e contaminandosi, così da creare opere con un’anima autentica. Crediamo che la forza del cinema coreano, capace di scandire questo primo scorcio di XXI secolo, sia proprio quella di aver saputo creare uno stile, un immaginario, capaci di differenziarsi nettamente da tutto il resto e di mettere apertamente in discussione la struttura della società contemporanea.
In questo contesto, Park Chan-Wook firma una commedia nera, densa di elementi e tematiche, incentrata sulla crisi di un uomo, autodefinito padre di famiglia, che perde il lavoro sullo sfondo di una acquisizione societaria straniera che tanto profuma di globalizzazione.
Il licenziamento coincide con la perdita di umanità del protagonista, in una società iper competitiva all’interno della quale solo l’occupazione giustifica l’esistenza, la legittima di fronte agli altri siano essi sconosciuti o famigliari.
Nel corso del film, capace di mischiare crudeltà e ironia, grottesco e suspense, il protagonista si vedrà pronto a tutto pur di riottenere il proprio status. Nel fare questo, il regista sudcoreano dipinge in maniera brillante una serie di altre vicende umane che si intrecciano con quella principale, in modo da raffigurare il quadro drammatico e comico, in questo contrasto risiede proprio il cuore pulsante della pellicola, di una società alla deriva e priva di solidarietà umana. Non c’è altra scelta, ripetono come un mantra i vari personaggi che ci si pongono di fronte: ma davvero non c’è altra scelta alla disumanità?
È interessante notare come la descrizione sullo sgretolamento delle certezze della vecchia società di fronte al nuovo che avanza, idea fondamentale nel film, rifletta temi assolutamente attuali all’interno della società coreana, così diversa eppure così vicina a noi, nel senso dell’Occidente globalizzato.
Centrale è anche il tema della famiglia, che qui sembra essere l’unico porto sicuro rimasto, pur nelle difficoltà, in un mondo individualista privo di reti di protezione sociale.
Elemento di forza dell’opera è un comparto tecnico di assoluta qualità, con scelte registiche di livello dalle quali traspare tutto il gusto cinematografico di Park Chan-Wook. Evidente fin dalla prima scena, che tratteggia l’idillio prima della tempesta, una fotografia brillante, densa di colori e contrasti.
A dettare il ritmo dell’intreccio c’è poi una grande colonna sonora, in grado di accompagnare l’azione anche attraverso l’utilizzo di brani di musica leggera sudcoreani che è davvero difficile togliersi dalla testa.
Necessaria menzione per il cast, che trova nelle splendide prove di Lee Byung-hun e Son Ye-jin, marito e moglie nel film, una sintesi perfetta della tensione fra amore coniugale e perdita del proprio senso di sé.
Insomma, piaccia o non piaccia, è impossibile rimanere indifferenti di fronte a uno dei migliori film presentati in concorso a Venezia, che arricchisce l’eccezionale filmografia di Park Chan-Wook e contribuisce ad innalzare, ancora una volta, lo status del cinema coreano.
