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1975 · Stanley Kubrick

Barry Lyndon

Un film storico il cui vero protagonista è la Storia stessa: un'esperienza visiva e sensoriale estatica, sospesa tra cinema e arte pittorica.

di Federico Denti · 20 settembre 2026

Quante volte, soprattutto in questo periodo storico, ci ripetiamo che per apprezzare al meglio un film sia necessario il grande schermo o, più in generale, l’esperienza della sala.

Ecco, per Barry Lyndon questo ragionamento sembra essere quasi riduttivo. È riduttivo perché Kubrick è stato in grado di creare un’opera fruibile sotto talmente tanti aspetti che la sede più adatta per godere di questo capolavoro sembra essere un museo.

Kubrick e John Alcott, grazie a un uso eccellente della luce naturale e della geometria, riescono a realizzare una fotografia esteticamente eccelsa che non è solo cinema, ma arte pittorica. Il film, infatti, è costellato da una serie di immagini che, funzionando perfettamente come quadri, rendono l’esperienza della visione simile a una passeggiata in un museo.

Prendiamo ad esempio il primo fotogramma: a fare da cornice alla scena del duello mortale del padre di Barry troviamo la campagna irlandese, intesa e raffigurata come un tipico quadro di paesaggio. Il muretto in primo piano, poi, è idealmente la barriera sulla quale noi spettatori ci appoggiamo, timorosi ma incuriositi, per osservare la sfida a distanza di sicurezza. Perfetta, senza timore di usare questa parola, è l’inquadratura che giunge al culmine del piano sequenza in cui il figlio adottivo di Barry percorre i corridoi della magione per la resa dei conti. Il fotogramma, quanto mai pittorico, rende alla perfezione il decadimento fisico e morale di Barry e dei suoi sodali: nei colori, nelle geometrie, in quel fascio di luce quasi intento a voler trafiggere l’ambiente, nel vano tentativo di purificarlo.

Ancora, le numerose scene a lume di candela rimangono impresse nella mente e scandiscono le varie tappe del viaggio di Barry, dando modo allo spettatore di entrare anch’egli in punta di piedi in queste stanze, come semplice avventore. È magistrale il modo in cui, per fare solo un piccolo esempio, viene resa l’atmosfera che ruota attorno al gioco d’azzardo, reso in maniera sordida e un po’ sporca, luogo dove l’anima può trovare sfogo.

La messinscena e i costumi sono magnifici, rendendo Barry Lyndon, con buona probabilità, il più grande film in costume della storia del cinema. La macchina, mossa magistralmente da Kubrick, si sposta fra campi di battaglia, corti nobiliari, sale da gioco e bettole con disinvoltura, così come con, forse troppa, disinvoltura si muove il nostro Barry all’interno del magnifico mondo riprodotto per il film. Il Settecento è reso in tutte le sue sfumature, nella crudeltà e nella pietà, nella raffinatezza e nel sudiciume, nell’acume e nell’ignoranza.

Venendo poi al nucleo dell’opera, crediamo che la grandezza di Barry Lyndon risieda nel suo essere un film storico il cui vero protagonista è la Storia stessa, incarnata da una splendida voce narrante che si ritrova ironica e distaccata nel commentare le vicende degli uomini e di Barry, cui Ryan O’Neal regala l’interpretazione di una vita.

La vicenda di ascesa e caduta di Barry Lyndon, infatti, è per certi versi la vicenda terrena di tutti gli Uomini: una vicenda, talvolta irrazionale, spinta da pulsioni e ambizioni per qualcosa di inafferrabile e non quantificabile, difficile da afferrare e per questo facilissimo da perdere. Barry e i personaggi che si avvicendano intorno a lui non sono che pedine nello scacchiere della Storia, affannate nei loro per lo più vani tentativi di trovare fortuna e un posto nel mondo, e forse proprio questo aspetto rende il film così speciale da restituirci le vertigini per la sua crudezza.

A impreziosire l’opera e a farci immergere senza soluzione di continuità nel periodo storico c’è poi l’utilizzo di una colonna sonora costruita magistralmente da brani di musica classica, prevalentemente del Settecento, all’interno dei quali spiccano la Sarabanda di Händel e il Trio per pianoforte n. 2 di Schubert.

È difficile riuscire a condensare in un pugno di righe la magnificenza di questo film, trovando le giuste parole per descriverne l’essenza. Per tutto quello che esprime, è un’esperienza visiva e sensoriale estatica in grado di entrare sotto la pelle e trasmettere continui impulsi e spunti, anche a distanza di anni dalla prima visione. E noi, banalmente, non possiamo che ringraziare per quest’opera d’arte.

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