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2006 · David Lynch

Inland Empire

L'opera più divisiva di Lynch torna in sala per celebrare i vent'anni del film e ricordare il regista: un invito a non chiedersi solo se un film si capisce, ma cosa ci fa provare.

di Davide Frattini · 27 settembre 2026

Per riportare in sala un’opera come Inland Empire ci voleva un’occasione speciale e l’opera più divisiva di David Lynch è riapparsa al cinema per omaggiare il regista americano ad un anno dalla sua scomparsa, nonché per celebrare il ventesimo anniversario del film.

La reputazione del film racconta di un’opera incomprensibile, la più criptica di Lynch, ma la domanda che sorge spontanea è un’altra:

CAPIRE UN FILM È L’UNICA COSA CHE CONTA?

Sembra che la comprensione del film nei suoi vari livelli di interpretazione sia l’unico elemento rilevante, un po’ come se la propria opinione di un film, specialmente nel cinema d’autore, debba essere supportata da una profonda analisi concettuale e metaforica di ciò che è in scena.

Ma è realmente così?

L’arte per sua definizione dovrebbe riflettere l’interiorità e/o la visione di chi la crea e generare a sua volta sensazioni o emozioni in chi ne fa esperienza ma la componente emotiva nella nostra contemporaneità è vista come un criterio secondario, spesso associato alla superficialità, d’altronde de gustibus non est disputandum.

E in una società frenetica e isterica come la nostra dove c’è una fruizione dei contenuti veloce e distratta è effettivamente importante fermarsi ad analizzare ciò che si vede, apprezzando i vari livelli di studio di un film ma lo è altrettanto, se non di più, esplorare ed apprezzare le emozioni che un’opera scaturisce in noi spettatori, lasciandosi guidare dalle immagini. In anni di progressivo abbandono delle sale cinematografiche, bisogna ri-innamorarsi del cinema come luogo di condivisione, in cui il tempo si ferma e si stacca dal mondo per la durata dello spettacolo.

Inland Empire almeno un decennio prima di tutti questi discorsi chiede allo spettatore questo: di fidarsi della visione di Lynch per due ore e venti di delirio low budget.

La premessa è chiara: un’attrice in procinto di fare un provino per un film ha una disturbante conversazione con un’anziana vicina che le predice che otterrà la parte. Il film in questione è un remake di un film polacco rimasto incompiuto a causa di una maledizione che aveva colpito gli attori.

Il film però è tutt’altro, è un rimescolamento di piani, spazi e tempi diversi, in cui realtà, set e sogni si uniscono in un tessuto unico, sempre più indistinguibile e strettamente intrecciato. Un’opera di natura metacinematografica ed estremamente claustrofobica, fatta di primi piani strettissimi, volti deformati, luoghi angusti e spazi liminali.

La perplessità che aleggia sul volto di una stremata Laura Dern è quella a cui facilmente si può abbandonare lo spettatore. Inland Empire è l’anti-contemporaneità perché sceglie l’anti-spettacolarità: riprese con macchine digitali portatili, immagini con struttura e qualità molto diverse, ritmo inesistente e una storia comprensibile per sommi capi, che richiede più visioni per addentrarcisi dentro.

Il baratro in cui il Fantasma fa cadere Laura Dern è quello in cui Lynch intrappola lo spettatore, il pretesto della trama minuto dopo minuto crolla fino ad arrivare in un punto in cui la richiesta dell’autore è una risposta emotiva primordiale che non si accompagna più ad una storia lineare e comprensibile ma ad una visione che non offre nessun punto di contatto se non le immagini disturbanti dello schermo.

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