Peter Parker o Spider-Man, questo è il dilemma.
Il quarto Spider-Man di Tom Holland è il più depresso, disilluso e umano della serie. Il tutto in un film che si ricorda di essere tale e non solo una gigantesca ragnatela commerciale.
È uno Spider-Man davvero mesto quello che inizia questo Brand New Day, ligio al dovere e alla morale di super ragazzino che combatte per il bene ma apatico, solo e venerato come una reliquia.
La scelta di cancellare la memoria a tutti, compresi i propri cari, riflette un bisogno intrinseco della celebrità, proteggerli dall’occhio della fama anche a costo di doverli lasciare andare o non poterli vivere pubblicamente. E questa scelta forte si ripercuote su uno Spider-Man forte con la maschera ma fragile senza, impacciato nel vivere la propria giovinezza e solo, nonostante tutti gli occhi di New York addosso.
E il nodo cruciale del film gira proprio attorno al dilemma esistenziale dell’essere Peter Parker o essere Spider-Man, essere umano o supereroe.
E questo essere un ragazzo investito di un potere sovrumano soffocante, non è un caso che il film si giochi sui livelli di aracnide in Tom Holland, lo si evince fin dalle prime scene in cui si vede uno Spider-Man provato, pieno di lividi, tagli e cicatrici che ci ricordano che è fatto di carne ed ossa, che soffre e che è fallibile.
E il fallimento del film se lo porta dietro nei confronti della villain del film, Jean Grey, che ci ricorda che anche i cattivi possono essere tridimensionali (o quantomeno bidimensionali).
Il suo personaggio è ben congegnato, dapprima molto misterioso, non si mostra, agisce attraverso i corpi di chi possiede e poi molto pragmatica e corporea nella seconda parte in cui il senso della sua distruzione ha un nome (e un cognome): Sara Grey.
Destin Daniel Cretton, approdato alla Marvel con il secondario ma apprezzabilissimo Shang Chi, sembra uno che col cinema ci sa fare e i risultati lo dimostrano: scene d’azione grosse e coreografate benissimo, momenti struggenti quasi sempre sinceri e una regia forte e coesa.
Sembra quindi che la crisi Marvel sia più che altro legata ad una stanchezza generale del pubblico, non più invogliato a vedere due film all’anno su personaggi partoriti unicamente per continuare a sfornare costantemente nuovi film ma rimane legato ai grandi pilastri dei cinecomic, specialmente se inseriti in film forti.
