Amore esco a portare un antidoto e torno.
La notte di Austin Abrams sembra deragliare ben prima che il film inizi: consegne notturne complicate, freddo polare e un'improvvisa paternità alle porte, ma quel che viene dopo è per definizione il “non c'è limite al peggio.”
Di primo impatto questo più che un film di Resident Evil sembra un'opera di conciliazione per tutte quelle giornate che nascono storte, quei giorni in cui la vita sembra avercela con te e solo con te, in cui se metti piede fuori casa hai la sensazione che potrebbe cascarti il mondo addosso. Se il cinema ha il potere di raccontare la realtà filtrata da una macchina da presa e di far immedesimare lo spettatore con sensazioni e dinamiche di vita personale, beh, questo è terapia di gruppo per i traumi e le ansie da giornata no.
E lo stesso Zach Cregger in una delle ultime interviste promozionali ha parlato di come la sua ansia di diventare padre abbia dato corpo narrativo alla sceneggiatura, uno script che, oltre ad avere il tema della paternità come filo conduttore fin dall'incipit, ha un marchio molto ben definito. Ho riflettuto su cosa renda riconoscibile la mano di un regista così fresco nel panorama internazionale e oltre a componenti contenutistiche e di genere quello che permette alle sue sceneggiature di essere così fresche, dinamiche e coese è la percezione del pericolo.
Con questo termine, che sarebbe perfetto anche dopo una sconfitta propositiva di una qualsiasi squadra di serie A, intendo che ogni scena pone il protagonista e lo spettatore in una condizione di pericolo che sia imminente, palese o ipotetico. Partiamo con Bryan che non riesce a consegnare un pacco d'emergenza, ci ritroviamo su una strada buia e ghiacciata con una consegna delicatissima che non si deve danneggiare, poi l'incidente, il poliziotto e così via in un climax di tensione potentissimo che obbliga lo spettatore a risolvere insieme a Austin Abrams una continua serie di conflitti che si susseguono senza dare tregua. Il film vola, l'intreccio funziona e il tasso adrenalinico sale esponenzialmente scena dopo scena.
Se Paul W.S. Anderson cercava di rendere giustizia alle atmosfere e al tono del videogioco, Zach Cregger si fa forza delle sue idee e del suo stile per reinventare il franchise. La componente horror rimane, creature deformi, sangue a palate e qualche salto sulla sedia non male ma il film di base è una commedia dai risvolti tragici che non ha minimamente paura di stroncare le aspettative dei fan della saga per accaparrarsi qualche giudizio positivo facendo fan service, tutt'altro. Gli omaggi al materiale di partenza ci sono ma sono nascosti nei dettagli: il conteggio continuo dei proiettili, la suddivisione del film in piccole missioni, la continua e ironica presenza di lucchetti ovunque si giri la camera e la consapevolezza che per poter sopravvivere nell'america apocalittica bisogna saper sparare bene.
Resident Evil in Italia non sta sfigurando al box office ma difficilmente verrà amato, perché va a intercettare una caratteristica estremamente conservatrice del nostro pubblico. In Italia il cinema, così come tutte le altre arti è vissuto come una cosa seriosa e la comicità è spesso relegata unicamente al genere della commedia pura. Le contaminazioni di generi soprattutto nel caso dell'horror del thriller e del Sci-Fi non sono apprezzate, specialmente se inserite in opere molto conosciute e con stilemi ben definiti. Inserire la comicità all'interno di una realtà cupa e violenta come quella di Resident Evil crea una frattura immediata, soprattutto con chi è appassionato di videogiochi e non di cinema.
La rilettura di Zach Cregger, però, è molto funzionale, intelligente e divertente anche al netto di alcune lacune chiare. Per esempio, il film è evidentemente sproporzionato. La prima parte è troppo corposa rispetto a quanto non la sia la seconda, che accelera bruscamente quando avrebbe potuto prendersi più tempo per delineare figure, dinamiche e personaggi.
Il film funziona lo stesso, perché si ha la percezione del divertimento che il regista ha provato nel girarlo e nello scriverlo, nella sua autenticità nell'essere imperfetto.
